La CGIL e le sue specificità

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Prima di entrare nel dettaglio, vale la pena dire una cosa che spesso si dimentica: la CGIL non è semplicemente il più grande sindacato italiano. È una delle pochissime istituzioni della Repubblica che ha attraversato ininterrottamente tutta la storia repubblicana — dal 1944 ad oggi — mantenendo una presenza capillare nel territorio, nelle fabbriche, nelle scuole, negli ospedali. È sopravvissuta alla Guerra Fredda, al terrorismo, alla fine del PCI, a Tangentopoli, alla globalizzazione. Questa longevità non è casuale: va capita.


Il trauma fondativo

La CGIL moderna nasce nel 1944, ma la sua identità profonda si forma molto prima — negli anni della clandestinità fascista, della persecuzione, dell’esilio. Questo trauma fondativo ha lasciato una traccia permanente nella cultura dell’organizzazione.

Chi ha costruito la CGIL del dopoguerra erano uomini e donne che avevano pagato prezzi personali enormi per le loro idee: il confino, il carcere, l’esilio, in alcuni casi la vita. Bruno Buozzi, segretario della CGIL clandestina, viene fucilato dai nazisti nel 1944 a pochi giorni dalla liberazione di Roma. Giuseppe Di Vittorio aveva perso il lavoro, era stato picchiato, era vissuto in clandestinità.

Questa esperienza produce una cultura organizzativa specifica: la convinzione che i diritti non vengano mai concessi spontaneamente, che vadano strappati con la lotta, che la vigilanza non possa mai abbassarsi. È una visione del mondo che si trasmette generazione dopo generazione, anche quando le condizioni oggettive cambiano.

Giuseppe Di Vittorio: l’incarnazione di un’idea

Non si può capire la CGIL senza capire Giuseppe Di Vittorio (1892-1957), il suo segretario più amato e più influente.

Nato a Cerignola, in Puglia, da una famiglia di braccianti poverissimi, Di Vittorio non ha mai frequentato una scuola oltre le elementari. È completamente autodidatta: impara a leggere e scrivere da solo, divora libri, diventa uno degli intellettuali operai più originali del Novecento italiano.

La sua figura incarna qualcosa di preciso: il sindacalismo come riscatto sociale, come possibilità che chi è nato senza nulla possa conquistare dignità collettivamente. Non è un intellettuale che scende tra i lavoratori: è un lavoratore che diventa dirigente senza smettere di essere quello che era.

Quando nel 1956 i carri armati sovietici entrano a Budapest per reprimere la rivolta ungherese, Di Vittorio — segretario di un sindacato organicamente legato al PCI — fa qualcosa di inaspettato e coraggioso: condanna pubblicamente l’intervento sovietico, in aperto dissenso con il partito. È un gesto che gli costa politicamente, ma che rivela una qualità rara: la capacità di mettere i valori davanti alla fedeltà organizzativa.

Questa tensione — tra l’autonomia del sindacato e il legame con il partito — non si risolverà mai completamente nella storia della CGIL. Ma Di Vittorio ne aveva indicato la direzione giusta.


Un’organizzazione nell’organizzazione

La CGIL ha una struttura che pochi conoscono davvero nella sua complessità. Non è un’organizzazione monolitica: è una federazione di federazioni, tenuta insieme da una confederazione centrale ma articolata in categorie e territori con forte autonomia.

Le categorie sono le federazioni di settore: la FIOM per i metalmeccanici, la FILCTEM per chimici e tessili, la FILLEA per edilizia e legno, la FLC per scuola e università, la FUNZIONE PUBBLICA per i dipendenti pubblici, e così via. Sono organizzazioni con storia propria, culture proprie, a volte posizioni proprie che divergono da quella confederale.

La FIOM in particolare ha sempre avuto una storia quasi autonoma dentro la CGIL: più conflittuale, più radicale, spesso in tensione con la direzione confederale. Negli anni del compromesso storico, la FIOM tirava a sinistra. Ai tempi del Jobs Act, la FIOM di Maurizio Landini era più intransigente della CGIL di Susanna Camusso. Non a caso Landini ha fatto il percorso dalla FIOM alla guida della confederazione.

I territori sono le Camere del Lavoro — la struttura originaria del sindacalismo italiano. Ogni provincia ha la sua Camera del Lavoro, con una storia propria, un radicamento specifico, a volte una cultura politica leggermente diversa. La Camera del Lavoro di Torino ha la storia della FIAT; quella di Bologna ha i colori del comunismo emiliano; quella di Napoli affronta problemi completamente diversi.

La democrazia interna: come funziona e come non funziona

La CGIL è organizzata su base democratica: i congressi si tengono regolarmente, le correnti interne presentano mozioni diverse, il segretario viene eletto. In questo senso è più democratica di molte istituzioni politiche italiane.

Ma la democrazia interna ha anche le sue contraddizioni:

Il peso delle correnti. Dentro la CGIL convivono storicamente diverse correnti politiche — i comunisti prima, i post-comunisti poi, i socialisti, i cattolici di sinistra. Ogni corrente ha i suoi candidati, le sue posizioni, le sue reti di influenza. Le decisioni importanti vengono spesso prese non nelle assemblee formali ma nelle mediazioni tra correnti.

La professionalizzazione dei dirigenti. Chi fa il sindacalista a tempo pieno per vent’anni sviluppa inevitabilmente interessi specifici — nella conservazione del proprio ruolo, nell’equilibrio delle correnti, nella continuità organizzativa. Questa professionalizzazione può produrre distanza dalla base, che è la critica che i sindacati di base muovono più frequentemente. Bisogna anche dire che per condurre negoziati con grandi gruppi nazionali e internazionali, che si possono permettere i migliori consulenti e avvocati, bisogna essere strutturati e avere una forte esperienza, quindi questo dualismo esiste ma sul piatto pesa in modo diverso a seconda dei punti di vista. I sindacati di base non sono finalizzati al negoziato (che significa vantaggi concreti per i lavoratori); il loro spontaneismo non gli è di ostacolo, quindi, ma non ottengono alcun risultato.

La trasmissione generazionale. La CGIL ha faticato storicamente a rinnovarsi: i dirigenti restano a lungo, i giovani faticano a emergere. È un problema comune a tutte le grandi organizzazioni, ma nel sindacato ha conseguenze specifiche: rischia di far rappresentare il lavoro del passato più che quello del presente.


La “cinghia di trasmissione” e il suo superamento

Per decenni la vulgata — non del tutto infondata — descriveva la CGIL come “cinghia di trasmissione” del PCI: un’organizzazione che seguiva la linea del partito più che gli interessi autonomi dei lavoratori.

La realtà è più sfumata. Il legame c’era, ed era stretto: i dirigenti CGIL erano spesso iscritti al PCI, le decisioni strategiche venivano coordinate, nelle elezioni interne alle aziende la CGIL portava voti al PCI e viceversa. Ma il rapporto non era di semplice subordinazione.

Ci sono stati momenti di tensione autentica. Abbiamo visto Di Vittorio su Budapest nel 1956. Nel 1969, durante l’autunno caldo, i consigli di fabbrica nati spontaneamente erano spesso più radicali della CGIL ufficiale, che faticava a stare al passo. Nel 1977, Luciano Lama cacciato dall’università occupata fotografa una rottura tra il sindacato e la nuova sinistra extraparlamentare che il PCI non riusciva a gestire.

La CGIL non era il PCI. Era un’organizzazione con la propria storia, i propri interessi istituzionali, le proprie contraddizioni — che aveva con il PCI un rapporto privilegiato ma non privo di attriti.

La fine del PCI e l’orfanità politica

Con la dissoluzione del PCI nel 1991 e la nascita del PDS prima, dei DS poi, del PD infine — la CGIL perde il suo punto di riferimento storico e si trova in una condizione nuova e per certi versi più difficile.

Il problema non è solo sentimentale: è strutturale. La CGIL aveva costruito la sua forza anche sulla rete organizzativa del PCI — le sezioni territoriali, i militanti, la capillarità. Con il partito che cambia pelle più volte, quella rete si indebolisce.

Allo stesso tempo, la CGIL acquista una nuova autonomia. Non avendo più un partito di riferimento stabile, deve costruire la propria posizione politica in modo più indipendente. Questo è stato a volte una liberazione, a volte una fonte di disorientamento.

Il rapporto con il PD è più distante di quello che era con il PCI: ci sono stati momenti di aperto conflitto — il Jobs Act di Renzi è il più clamoroso — che sarebbero stati impensabili nell’era PCI-CGIL.


La struttura delle correnti

Dentro la CGIL convivono storicamente orientamenti diversi che si organizzano in correnti, presentano mozioni congressuali distinte, eleggono i propri rappresentanti negli organismi dirigenti. È un sistema che assomiglia, in piccolo, al sistema dei partiti.

La corrente maggioritaria — che ha espresso quasi sempre il segretario generale — è quella che si riconosce nella tradizione comunista e post-comunista. Ha cambiato nome nel tempo, ma mantiene una continuità culturale: valorizza l’unità organizzativa, preferisce la mediazione interna al conflitto aperto, tende alla prudenza nelle posizioni più radicali.

La componente socialista ha avuto storicamente peso significativo, poi ridottosi con il crollo del PSI. Oggi sopravvive in forma residuale.

L’area cattolica di sinistra — che si riconosce nella tradizione della sinistra cristiana, da Dossetti a oggi — ha sempre avuto voce in capitolo, anche se minoritaria. È una presenza che distingue la CGIL da un sindacato puramente marxista.

Le correnti di sinistra — che chiedono posizioni più radicali, meno disponibilità alla concertazione, più conflittualità — sono sempre esistite e hanno spesso anticipato svolte che poi la maggioranza ha fatto proprie. La FIOM di Landini è stato il principale veicolo di questa sensibilità nell’ultimo ventennio.

Il congresso come termometro

I congressi della CGIL — che si tengono ogni quattro anni — sono momenti rivelatori della sua vita interna. Le mozioni presentate non differiscono solo su questioni tattiche: riflettono visioni diverse del ruolo del sindacato, del rapporto con la politica, del modello di società.

Il congresso del 2018 — l’ultimo prima che Landini diventasse segretario — ha visto una competizione significativa tra la mozione di Camusso (maggioritaria, più concertativa) e quella di Landini-FIOM (minoritaria ma forte, più conflittuale). Landini ha poi vinto la segreteria non tanto per un ribaltamento congressuale quanto per una mediazione interna che lo ha fatto emergere come candidato unitario.


Lo SPI: il gigante nascosto

Uno degli elementi più caratteristici — e meno discussi — della CGIL è il peso enorme dello SPI, il Sindacato Pensionati Italiani.

Con circa 2,7 milioni di iscritti, lo SPI è la categoria più grande della CGIL. È più grande della FIOM, più grande della Funzione Pubblica, più grande di qualsiasi altra categoria di lavoratori attivi.

Questo dato va capito bene perché ha conseguenze importanti:

Sul piano finanziario. Gli iscritti pagano le quote sindacali: avere 2,7 milioni di pensionati iscritti garantisce alla CGIL risorse economiche stabili e indipendenti dalle fluttuazioni dell’occupazione. È una base finanziaria solida che gli altri sindacati — inclusi quelli di base — non hanno.

Sul piano politico. I pensionati votano più dei giovani, sono più stabili nelle preferenze, sono più presenti nelle strutture di partito e associative. Lo SPI è una macchina di consenso politico di enorme portata — e questo rafforza il peso della CGIL nelle interlocuzioni istituzionali.

Sul piano delle priorità. Avere una base così larga di pensionati può influenzare le priorità dell’organizzazione: le battaglie sulle pensioni, sulla sanità, sui servizi sociali diventano centrali — a volte a scapito di battaglie più direttamente legate al lavoro attivo e giovane.

La critica — che viene anche dall’interno della CGIL — è che un sindacato con due milioni e mezzo di pensionati rischi di guardare più al passato che al futuro, di difendere diritti acquisiti più che di conquistarne di nuovi.

I CAF e i Patronati: il welfare parallelo

La CGIL gestisce una rete enorme di servizi al cittadino attraverso i CAF (Centri di Assistenza Fiscale), gli Uffici Vertenze Legali (UVL) e i Patronati. È una presenza concreta nella vita di milioni di persone — non solo lavoratori, ma chiunque abbia bisogno di fare la dichiarazione dei redditi, richiedere una pensione, ottenere un permesso di soggiorno.

Questo sistema di servizi ha una duplice funzione:

Da un lato è un servizio reale e prezioso, soprattutto per le persone più vulnerabili che non possono permettersi un commercialista o un consulente. La CGIL è presente in piccoli comuni dove nessun altro presidio istituzionale esiste.

Dall’altro è una macchina di radicamento territoriale e di fidelizzazione: chi si rivolge alla CGIL per fare il 730 può diventare iscritto, può rimanere nel circuito dell’organizzazione anche dopo la pensione. È un modello organizzativo che CISL e UIL hanno replicato, ma che la CGIL ha sviluppato con maggiore capillarità.


La FIOM e l’industria manifatturiera

La FIOM — Federazione Impiegati Operai Metallurgici — è la categoria più storica e più identitaria della CGIL. I metalmeccanici sono stati il cuore del movimento operaio italiano: dalla FIAT di Torino all’Italsider di Genova, dalle fabbriche bresciane alle grandi concentrazioni industriali del Nord.

La FIOM ha una cultura propria, più conflittuale della confederazione. Ha rifiutato accordi che la CGIL avrebbe potuto firmare. Ha portato la vertenza FIAT fino alla Corte Costituzionale. Ha espresso Landini, che dalla FIOM è poi passato a guidare la confederazione.

Oggi la FIOM affronta la sfida della deindustrializzazione: le grandi fabbriche fordiste si riducono, si frammentano, si delocalizzano. Il numero di metalmeccanici iscritti è la metà di quello degli anni ’70. La FIOM deve reinventarsi per sopravvivere — e sta cercando di farlo, organizzando anche i lavoratori dell’industria digitale e della logistica avanzata.

La Funzione Pubblica e il pubblico impiego

La FP-CGIL è la categoria del pubblico impiego: dipendenti statali, insegnanti (con la FLC), sanitari, lavoratori degli enti locali, ma anche tutte quelle professioni private che hanno, appunto, una “funzione pubblica” perché svolgono servizi pubblici al posto dello Stato: igiene ambientale, mondo cooperativo, organizzazioni di volontariato . È un settore dove la CGIL mantiene una presenza robusta, anche perché il sindacalismo nel pubblico impiego ha caratteristiche diverse da quello privato.

Il lavoratore pubblico ha tutele più forti per definizione, ma vive anche i problemi specifici del settore: il blocco dei contratti per anni (2010-2018 praticamente senza rinnovi), la spending review, la riduzione degli organici. La FP-CGIL ha combattuto queste battaglie con risultati parziali.

La FLC e la scuola: un caso particolare

La FLC-CGIL (Federazione Lavoratori della Conoscenza) copre scuola, università, ricerca. È un settore dove la presenza dei sindacati di base — i COBAS in particolare — è storicamente forte, il che rende la competizione interna molto accesa.

La scuola è anche il settore dove più chiaramente si vede la tensione tra la funzione tutoriale del sindacato e la funzione politica: le riforme scolastiche hanno sempre un contenuto ideologico, e il sindacato degli insegnanti non può non prendere posizione su cosa e come si insegna, non solo su quanto si viene pagati.


Un profilo diverso

Maurizio Landini — segretario generale dal 2019 — rappresenta una discontinuità rispetto ai suoi predecessori immediati. Non è un apparatchik cresciuto nelle stanze della confederazione: è un operaio metalmeccanico di Reggio Emilia, ha lavorato in fabbrica, ha fatto il delegato di reparto prima di diventare dirigente sindacale.

Questo profilo biografico non è un dettaglio: costruisce una credibilità diversa. Quando Landini parla di condizioni di lavoro, non parla per sentito dire.

Il suo stile è più diretto, più mediatico, più conflittuale di quello di Susanna Camusso — la sua predecessrice, più istituzionale e portata alla mediazione. Landini usa i social media, va in televisione, parla un linguaggio accessibile. Ha capito che il sindacato deve fare politica della comunicazione, non solo contrattuale.

La “coalizione sociale” e il suo limite

L’idea più originale di Landini è quella della coalizione sociale: il sindacato come soggetto aggregante non solo dei lavoratori dipendenti tradizionali, ma di tutti i soggetti che subiscono le conseguenze della diseguaglianza — precari, migranti, giovani, donne, movimenti ambientalisti.

È un’idea ambiziosa e per certi versi necessaria: se il lavoro si frammenta, anche la rappresentanza deve frammentarsi e poi riaggregare in forme nuove.

Il limite è pratico: costruire una coalizione eterogenea richiede la capacità di tenere insieme interessi diversi, a volte contraddittori. Il rider e il metalmeccanico a tempo indeterminato hanno interessi in parte comuni e in parte divergenti. Il movimento ambientalista e i lavoratori dell’automotive — che temono la transizione ecologica come minaccia ai propri posti — non sono facilmente alleabili.

Landini ci sta provando, con risultati ancora incerti.

Il referendum e la strategia extrasindacale

Una delle mosse più discusse della CGIL di Landini è stata la raccolta di firme per referendum abrogativi su temi del lavoro: il Jobs Act, i voucher, le norme sull’appalto. È uno strumento che la CGIL aveva già usato — con l’Art. 18 negli anni 2000 — ma che Landini ha ripreso con più sistematicità.

È una strategia che bypassa la contrattazione e il confronto istituzionale, portando le battaglie direttamente all’elettorato. Ha un vantaggio: obbliga il dibattito pubblico a confrontarsi con temi che altrimenti resterebbero tecnici. Ha uno svantaggio: i referendum sul lavoro hanno storicamente una bassa partecipazione e rischiano di diventare sconfitte che indeboliscono il sindacato anziché rafforzarlo.


Le critiche da destra

Le critiche che vengono dal centrodestra sono note e prevedibili: la CGIL è un soggetto politico travestito da sindacato, fa opposizione per procura al posto di un centrosinistra debole, difende rendite di posizione (i lavoratori garantiti del pubblico impiego) invece dei lavoratori più vulnerabili.

C’è una parte di verità in questa critica, ma va contestualizzata: ogni sindacato è inevitabilmente un soggetto politico. La domanda non è se la CGIL faccia politica — la fa, come la CISL e la UIL — ma se la politica che fa sia nell’interesse dei lavoratori.

Le critiche da sinistra e dai sindacati di base

Più interessanti, perché meno ovvie, sono le critiche che arrivano da sinistra:

La burocratizzazione. La CGIL è diventata nel tempo una grande organizzazione con interessi propri alla propria conservazione. I funzionari sindacali sono professionisti del sindacato prima che rappresentanti dei lavoratori. Le decisioni vengono prese in alto e trasmesse in basso, non viceversa.

La distanza dalla base. Una critica che viene mossa alla CGIL — più spesso da osservatori esterni che dai lavoratori stessi — è quella di una certa distanza tra i dirigenti nazionali e la base. È una critica che va però contestualizzata con precisione, perché rischia di ignorare uno degli elementi più qualificanti della prassi organizzativa della CGIL: la consultazione referendaria degli iscritti sugli accordi. 1. A differenza di molte organizzazioni sindacali europee — e in contrasto netto con CISL e UIL — la CGIL sottopone sistematicamente i contratti collettivi al voto dei lavoratori prima della firma definitiva. Non è una formalità: è una procedura che ha prodotto in più occasioni la bocciatura di accordi già negoziati, costringendo i dirigenti a tornare al tavolo.

Questo meccanismo ha conseguenze concrete e non banali:

  1. Vincola i dirigenti alla base. Un segretario nazionale che ha negoziato un accordo per mesi sa che dovrà sottoporlo al giudizio dei lavoratori. Questo cambia la psicologia della trattativa: non puoi cedere troppo senza pagarne le conseguenze davanti alla tua stessa organizzazione.
  2. Legittima gli accordi. Un contratto ratificato dai lavoratori ha una forza diversa — morale prima ancora che giuridica — rispetto a uno firmato solo dai dirigenti. È più difficile da contestare dall’interno, più difficile da sabotare nell’applicazione quotidiana.
  3. Distingue la CGIL dai sindacati di base su un terreno che questi rivendicano come proprio. USB e COBAS fanno della democrazia diretta la loro bandiera distintiva. Ma la CGIL pratica la consultazione referendaria da decenni, in modo forse meno rumoroso ma altrettanto sistematico.

La critica alla distanza dalla base, quindi, coglie qualcosa di reale — la professionalizzazione dei dirigenti, la complessità burocratica di una grande organizzazione — ma sbaglia bersaglio se ignora questo elemento. La CGIL non è un sindacato che decide in alto e comunica in basso: è un’organizzazione che negozia in alto e poi chiede il mandato in basso. È una distinzione che conta.

La cooptazione istituzionale. Sedendo ai tavoli del governo, partecipando alle commissioni parlamentari, gestendo CAF e patronati con fondi pubblici, la CGIL è diventata parte del sistema che dovrebbe controllare. Questa integrazione istituzionale ne limita la capacità conflittuale.

La difesa dei garantiti. La CGIL — nonostante le dichiarazioni di principio — tutela soprattutto chi ha già un contratto, già diritti, già voce. I lavoratori più vulnerabili — precari, migranti, informali — restano ai margini della sua capacità di intervento. Anche perché gli strumenti normativi sono fermi al 1970, in cui lo Statuto dei lavoratori regolava un mondo radicalmente diverso.


Guardando tutto questo insieme, emerge un ritratto complesso. La CGIL è simultaneamente:

Un’organizzazione di tutela reale: milioni di persone che senza di essa non avrebbero avuto accesso a diritti, servizi, rappresentanza. Questa funzione concreta non va mai dimenticata sotto le analisi politologiche.

Un soggetto politico: con una visione del mondo, interessi propri, rapporti con i partiti, capacità di mobilitazione che vanno oltre la semplice tutela contrattuale.

Un’istituzione burocratica: con tutte le patologie delle grandi organizzazioni, a partire da un certo conservatorismo.

Un laboratorio in trasformazione: che cerca, non sempre con successo, di adattarsi a un mondo del lavoro che cambia più velocemente delle sue strutture.

La CGIL non è né il sindacato eroico della mitologia di sinistra né il dinosauro corporativo della vulgata liberale. È qualcosa di più interessante e contraddittorio: una delle più grandi organizzazioni della società civile italiana, con ottant’anni di storia sulle spalle, che cerca di capire cosa significhi rappresentare il lavoro nel XXI secolo.

1906.
Nasce la Cgl Confederazione generale del lavoro come struttura capace di raccogliere tutte le forze operaie. La prima commissione interna aziendale legittimata si avrà all’Itala di Torino.

1914 – 1918.
Durante la Prima guerra mondiale viene decretata la “mobilitazione industriale” e negli stabilimenti si vietano gli scioperi. Torino diventa un centro attivo di protesta operaia.

1919 – 1925.
Alla fine della Grande guerra il sindacato si rafforza. A livello nazionale gli iscritti alla Cgl sono oltre 2 milioni. Ma nel marzo 1919 si costituisce il movimento fascista e incominciano le azioni violente degli squadristi contro il sindacato. A gennaio 1925 viene annunciata la fine delle libertà costituzionali e con questa la fine delle libere associazioni e del sindacato.

1944.
Il sindacalismo democratico si ricostituisce solo con il Patto di Roma (3 giugno) che stabilisce che vi sarà un solo organismo su tutto il territorio nazionale, la Cgil (Confederazione generale italiana del lavoro). Segretario generale è Giuseppe Di Vittorio, che rimane in carica fino al 1957.
Il Dopoguerra

1948.
L’attentato a Togliatti è l’occasione per una rottura sindacale, con la nascita successiva di Cisl e Uil (1950).

Anni 60.
L’azione sindacale è intensa. A livello parlamentare viene discusso e approvato lo Statuto dei lavoratori. Nel giugno del 1969 il Congresso della Cgil a Livorno decide di attivare le sezioni sindacali come sede per la contrattazione, sollecitando il riconoscimento del diritto di assemblea sul luogo di lavoro.

1972
Il 25 luglio nasce la Federazione unitaria Cgil, Cisl, Uil. Dal 1970 è segretario generale Luciano Lama: resta in carica fino al 1986.

1977.
Il 25 maggio viene firmato l’accordo sul punto unico di contingenza che favorisce i lavoratori meno qualificati.

1989.
Parte la trattativa sul costo del lavoro che durerà quattro anni: l’accordo viene firmato nel luglio 1993.

1998.
Il 22 dicembre governo, sindacati e imprese raggiungono l’intesa sul nuovo patto sociale.

5 luglio 2002
La Cgil non firma il «Patto per l’Italia Contratto per il Lavoro Intesa per la competitività e l’inclusione sociale» siglato da Governo e parti sociali.

8 maggio 2003
Il rinnovo del contratto dei metalmeccanici è sottoscritto solo da Federmeccanica, Fim e Uilm, mentre la Fiom boccia l’intesa e annuncia l’apertura di una fase di conflitto a tutto campo. Si conferma l’anomalia della Fiom che si è chiamata fuori e ha aperto la strada all’accordo separato.

6 dicembre 2003
Un milione e mezzo di persone sfilano nella manifestazione indetta da Cgil, Cisl e Uil per protestare contro la Finanziaria e la riforma delle pensioni voluta dal Governo.
Il no dei sindacati alla riforma previdenziale è netto: «Una riforma unilaterale e inaccettabile», dice Guglielmo Epifani. Il segretario generale è esplicito nella promessa di continuare la battaglia: «Tocca al Governo di fronte a questa meravigliosa manifestazione riflettere se vuole andare avanti la protesta crescerà e si allargherà».

15 luglio 2004
Nel primo incontro ufficiale che dà il via alla nuova concertazione sulla riforma della contrattazione con Confindustria, Guglielmo Epifani abbandona il tavolo di viale dell’Astronomia.

7 luglio 2005
Dopo un no iniziale sulla riforma dei contratti, la Cgil ci ripensa. Il fronte dei contrari è ancora predominante ma soprattutto dopo le ultime aperture di Pezzotta la Cgil sembra pronta ad avviare un dibattito interno.

La Cgil nel 2006 ha compiuto 100 anni. Per raccontare la sua storia si sono svolte centinaia di iniziative e manifestazioni, con l’alto patronato del Presidente della Repubblica.

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