Le Battaglie Storiche del Sindacato Italiano
Il Novecento operaio: dalla nascita alle dittature
Le origini (1900-1922)
Il movimento sindacale italiano nasce nei primi anni del Novecento in un paese ancora largamente agricolo, con sacche di miseria profonda sia nelle campagne padane che nelle prime concentrazioni industriali del triangolo Milano-Torino-Genova.
La Camera del Lavoro è la forma organizzativa originaria: non un sindacato di mestiere (come in Inghilterra) ma una struttura territoriale che raccoglie tutti i lavoratori di una città, indipendentemente dalla categoria. È un modello originale, italiano, che ancora oggi sopravvive nella struttura della CGIL.
Nel 1906 nasce la CGL (Confederazione Generale del Lavoro), antenata diretta della CGIL. Gli anni che seguono sono segnati da conflitti durissimi:
- 1904: primo sciopero generale nazionale della storia italiana, proclamato dopo l’uccisione di operai in Sardegna e in Sicilia.
- 1906-1913: i salari reali crescono, ma le condizioni di lavoro restano brutali — 12-14 ore al giorno, nessuna tutela per gli infortuni, lavoro minorile diffuso.
Il “biennio rosso” (1919-1920)
È il momento più rivoluzionario della storia sindacale italiana. Reduce dalla Prima Guerra Mondiale, il paese è in fermento. I lavoratori chiedono le 8 ore, aumenti salariali, controllo delle fabbriche.
L’episodio simbolo è l’occupazione delle fabbriche nell’estate-autunno del 1920: gli operai metallurgici (FIOM) occupano centinaia di stabilimenti industriali nel Nord Italia, issano bandiere rosse, istituiscono consigli di fabbrica sul modello dei soviet russi. A Torino, il giovane Antonio Gramsci teorizza su L’Ordine Nuovo il consiglio di fabbrica come embrione di un nuovo potere.
Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio, sceglie di non usare la forza. Gli occupanti alla fine se ne vanno, ottenendo aumenti e commissioni interne: una vittoria parziale. Ma la borghesia industriale — spaventata — cercherà presto una risposta diversa. Si chiama fascismo.
La sconfitta e la clandestinità (1922-1943)
Con l’avvento di Mussolini, il movimento sindacale libero viene sistematicamente distrutto:
- Le Camere del Lavoro vengono assaltate dalle squadre fasciste.
- I dirigenti sindacali vengono picchiati, esiliati, incarcerati o uccisi.
- Nel 1926 i sindacati “rossi” vengono messi fuori legge. Al loro posto, i sindacati fascisti corporativi — strumento di controllo, non di tutela.
La CGL continua ad esistere nella clandestinità, con enorme sacrificio personale dei suoi militanti. Molti emigrano in Francia e continuano il lavoro politico dall’esilio. È in questi anni che si forma una generazione di dirigenti — Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio, Vittorio Foa — temprati dalla persecuzione.
La ricostruzione e la Guerra Fredda (1944-1950)
La CGIL unitaria e il Patto di Roma
Nel 1944, a Roma ancora occupata dai nazisti, socialisti, comunisti e cattolici firmano il Patto di Roma e fondano la CGIL unitaria. È un momento straordinario: le tre anime del movimento operaio italiano — marxista, cattolica, laica — si uniscono per ricostruire il paese.
Giuseppe Di Vittorio, pugliese, figlio di braccianti, autodidatta, comunista, diventa il segretario più amato della storia CGIL. La sua figura incarna il sindacalismo come riscatto sociale delle classi più povere.
La scissione del 1948-1950 e la “doppia lealtà”
La Guerra Fredda spezza l’unità. Dopo l’attentato a Togliatti nel luglio 1948 — quando la CGIL proclama uno sciopero generale che paralizza il paese e sembra sfiorare la guerra civile — le correnti cattoliche e socialdemocratiche escono dalla confederazione e fondano CISL e UIL.
La CGIL resta il sindacato della classe operaia industriale e dei braccianti, con una fortissima identificazione con il PCI. È anche, però, un periodo di grave debolezza: nelle fabbriche del Nord, soprattutto alla FIAT di Valletta, i lavoratori iscritti alla CGIL vengono sistematicamente discriminati, spostati ai reparti peggiori, licenziati. La FIOM perde le elezioni interne alla FIAT per vent’anni consecutivi.
Gli anni ’60 e ’70: l’età dell’oro del sindacato
L'”autunno caldo” del 1969
È la stagione più importante della storia sindacale italiana del dopoguerra. Tutto comincia nel 1968 nelle università, ma nel 1969 il fuoco si sposta nelle fabbriche.
Alla FIAT Mirafiori di Torino, alla Pirelli di Milano, all’Italsider di Genova: ondate di scioperi selvaggi, cortei interni, blocchi dei cancelli. I protagonisti non sono solo i vecchi militanti CGIL: sono i nuovi operai immigrati dal Sud, giovani, arrabbiati, che non si riconoscono nelle burocrazie sindacali tradizionali.
Le conquiste sono enormi:
- Lo Statuto dei Lavoratori (1970): la legge più importante mai ottenuta dal movimento operaio italiano. L’Art. 18 rende quasi impossibile il licenziamento senza giusta causa nelle aziende sopra i 15 dipendenti.
- La scala mobile: meccanismo di adeguamento automatico dei salari all’inflazione — una tutela potentissima.
- I consigli di fabbrica e i delegati di reparto: il sindacato entra fisicamente in ogni officina.
- Il contratto metalmeccanico del 1969: aumento salariale del 20%, riduzione orario, parità di trattamento tra operai e impiegati.
La strategia dell’EUR e il “compromesso” (1977-1978)
Siamo negli anni di piombo. Il paese è lacerato dal terrorismo, l’economia in crisi dopo gli shock petroliferi. La CGIL di Luciano Lama, vicina al PCI di Berlinguer, compie una svolta storica e dolorosa: accetta di moderare le rivendicazioni salariali in nome della stabilità democratica e del “compromesso storico”.
Nel 1977, Lama va a parlare all’Università La Sapienza di Roma — occupata dagli studenti del Movimento del ’77 — e viene cacciato con fischi e sassaiole. È uno dei momenti più drammatici: la sinistra extraparlamentare considera il sindacato tradito, complice del sistema. Una ferita che non si rimarginerà mai del tutto.
Gli anni ’80: le sconfitte che cambiano tutto
La marcia dei quarantamila (1980)
Ottobre 1980, Torino. La FIAT annuncia 14.000 licenziamenti. La FIOM proclama lo sciopero; per 35 giorni i cancelli di Mirafiori restano bloccati. È il conflitto industriale più lungo e duro del dopoguerra.
Poi accade qualcosa di inatteso: il 14 ottobre, quarantamila quadri intermedi, impiegati e operai “silenziosi” scendono in piazza contro lo sciopero, chiedendo di tornare al lavoro. La direzione FIAT la chiama “la marcia dei quarantamila”. Il sindacato è costretto a trattare e ad accettare la cassa integrazione per 23.000 operai.
È una sconfitta epocale. Segna la fine dell’egemonia operaia nella grande fabbrica fordista e l’inizio della ristrutturazione industriale italiana.
Il referendum sulla scala mobile (1985)
Nel 1983, il governo Craxi taglia per decreto la scala mobile — quella protezione automatica dei salari conquistata nel ’69. CISL e UIL accettano. La CGIL di Luciano Lama e poi Pizzinato si oppone e raccoglie le firme per un referendum abrogativo.
Nel 1985 il referendum si tiene. La CGIL perde: il 54% degli italiani vota contro il ripristino della scala mobile. È la prima volta che il sindacato subisce una sconfitta diretta in una consultazione popolare. Segna anche la rottura definitiva con CISL e UIL, che non si ricucirà per molti anni.
Gli anni ’90 e 2000: concertazione e nuove sfide
La stagione della concertazione
Con Tangentopoli e la crisi della Prima Repubblica, il sistema politico italiano si disgrega. I sindacati — CGIL, CISL e UIL insieme — diventano paradossalmente più forti come interlocutori istituzionali: sono tra i pochi corpi intermedi ancora in piedi.
Nel 1993, il governo Ciampi firma con i sindacati il Protocollo sulla politica dei redditi: addio alla scala mobile, ma in cambio regole certe sulla contrattazione, partecipazione alle scelte economiche, impegni sul welfare. È l’apice della concertazione all’italiana.
Lo sciopero generale contro Berlusconi (2002)
Il 16 aprile 2002 la CGIL di Sergio Cofferati proclama uno sciopero generale contro il disegno di legge Maroni che vuole modificare l’Art. 18. Risponde tutta l’Italia: è considerato il più grande sciopero generale del dopoguerra italiano, con oltre 13 milioni di lavoratori fermi.
Il 23 marzo 2002, pochi giorni prima, era stato assassinato a Bologna Marco Biagi, il giuslavorista consulente del governo: un delitto delle Nuove Brigate Rosse che getta un’ombra tragica sull’intera vicenda.
La riforma dell’Art. 18 viene ritirata. La CGIL vive uno dei suoi momenti di maggiore forza recente.
L’epoca contemporanea: fratture e nuove frontiere
Il Jobs Act e la rottura con CISL e UIL (2014-2015)
Come anticipato, la riforma Renzi spacca il fronte sindacale. La CGIL di Susanna Camusso si oppone, raccoglie firme, promuove un referendum (che non raggiunge il quorum). CISL e UIL firmano accordi separati con il governo. Le tre confederazioni non sono mai state così distanti.
Landini e la “coalizione sociale” (2019-oggi)
Con Maurizio Landini alla guida, la CGIL imbocca una strada nuova: non solo sindacato dei lavoratori dipendenti, ma soggetto politico più ampio. Propone una “coalizione sociale” con movimenti ambientalisti, femministi, associazioni dei migranti.
Nel 2021-2022 lo scontro con il governo Draghi su fisco e pensioni, e poi con il governo Meloni, vede la CGIL sempre più in posizione di aperta opposizione — mentre CISL e UIL trattano e firmano. La CGIL organizza scioperi generali da sola, un fatto inusuale che divide anche gli osservatori: è coerenza o isolamento?
Il nodo del lavoro che cambia
La sfida più grande è però strutturale: il sindacato tradizionale è nato per il lavoratore della grande fabbrica fordista — contratto a tempo indeterminato, stessa azienda per trent’anni, identità collettiva forte. Quel mondo non esiste più.
Oggi il lavoro è:
- frammentato (piccole e medie imprese, subappalti a catena)
- precario (contratti a termine, partite IVA fittizie)
- digitale (piattaforme come Deliveroo, Uber, Amazon)
- isolato (smart working, lavoro da casa)
Come si organizza un rider che non ha colleghi, non ha un cancello da bloccare, non ha un contratto collettivo applicabile? È la domanda che il sindacato del futuro deve rispondere. La CGIL ha aperto sportelli per i riders; la CISL spinge per la partecipazione azionaria dei lavoratori; i sindacati di base come USB si battono in Amazon con metodi molto conflittuali.
Un filo rosso attraverso la storia
Guardando indietro, emerge una costante: ogni grande conquista del lavoro in Italia è nata da un conflitto, spesso durissimo. Lo Statuto dei Lavoratori non è stato un regalo: è venuto dopo l’autunno caldo. I diritti previdenziali non sono stati concessi: sono stati strappati.
E ogni sconfitta — la marcia dei quarantamila, il referendum sulla scala mobile, il Jobs Act — ha segnato non solo una perdita materiale, ma uno spostamento del rapporto di forza tra lavoro e capitale, difficile poi da recuperare.
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