fonte: FP CGIL
1. Le origini della società industriale
La storia del movimento sindacale è strettamente collegata a quella dello sviluppo economico e industriale. Già nella prima metà del 1800 l’Inghilterra, culla della rivoluzione industriale, è il Paese economicamente più evoluto per l’alto grado di industrializzazione, i notevoli livelli di urbanizzazione della popolazione, l’elevatissima produttività del lavoro.
Ma tutta l’Europa, dal 1850 al 1870, conosce un lungo periodo di prosperità economica, che può essere considerato la prima fase dell’industrializzazione europea. Settore trainante dello sviluppo sono le ferrovie, che condizionano positivamente tutta la produzione industriale, specie il settore siderurgico e meccanico. Anche l’agricoltura beneficia di un diffuso processo di meccanizzazione.
Si trasformano profondamente anche gli strumenti finanziari. In Francia, Germania e Inghilterra sorgono diversi tipi di banche e nuove forme societarie d’impresa. La più importante è la forma della società per azioni, che si diffonde in tutta Europa.
All’estensione dello sviluppo industriale si associa l’urbanesimo con un massiccio esodo dei contadini dalle campagne verso le nuove città industriali. Si forma gradualmente la disuguaglianza fra coloro che, godendo della disponibilità di beni capitali, detengono la proprietà, l’iniziativa ed il primato nel processo produttivo, e i soggetti che vengono chiamati a prestare la loro opera attraverso la cessione delle loro energie fisiche, intellettuali o miste.
Fenomeno iniziale della struttura capitalistica è dunque la formazione di due classi sociali: la borghesia industriale e finanziaria, e il proletariato. Con l’introduzione delle nuove tecnologie nel sistema produttivo, comincia a cambiare anche l’organizzazione del lavoro in fabbrica, nel senso di una sempre maggiore divisione e parcellizzazione delle attività produttive e un sempre più ripetitivo ed alienante adeguamento del lavoro dell’operaio ai ritmi della macchina.
2. Nasce la coscienza di classe
Molte sommosse nei primi tempi dell’industrializzazione rappresentano una forma di “resistenza” alle innovazioni tecnologiche, promosse dal movimento luddista, che identifica nella macchina il nemico da combattere.
La prima forma di organizzazione sindacale nei Paesi a più antico sviluppo industriale (ad esempio Inghilterra e Stati Uniti) è costituita dal “sindacato di mestiere” (craft union o trade union), che si innesta sul ceppo delle forti tradizioni corporative e artigianali preesistenti. Secondo questo modello in ogni impresa operano più sindacati, tanti quanti sono i mestieri presenti nel processo produttivo.
Con lo sviluppo dell’industrializzazione e con l’estensione del lavoro salariato la classe operaia non solo aumenta di numero, ma si eleva anche culturalmente e politicamente, maturando una nuova coscienza di classe. I lavoratori diventano sempre più consapevoli del fatto che la solidarietà di tipo spontaneistico deve trovare strumenti più adeguati ed organizzati.
Le coalizioni di lavoratori sorte sia in Inghilterra che in Francia si pongono l’obiettivo di ottenere aumenti salariali e riduzioni dell’orario di lavoro, ma anche miglioramenti della condizione sociale — a partire dalla protezione per il lavoro minorile e per quello delle donne — e diritti politici, primo di tutti il riconoscimento del diritto di associazione.
3. La reazione dei poteri costituiti
Queste proteste urtano contro una legislazione rigida. Nel 1791 viene promulgata in Francia la famosa legge Le Chapelier, che sancisce il divieto di qualsiasi associazione professionale. La legge vieta non soltanto il costituirsi di associazioni professionali, ma anche ogni e qualsiasi forma di difesa collettiva.
Così in Inghilterra i “Combination Acts” del 1799-1800 considerano illegali tutte le organizzazioni professionali aventi per oggetto “restrizioni di commercio”, e vietano di conseguenza tutte le coalizioni dirette ad ottenere aumenti di salari o riduzioni dell’orario di lavoro. Riescono a resistere solamente le associazioni operaie di mutuo soccorso, che divengono così dei centri di formazione al senso solidaristico.
4. Il Regno d’Italia
In Italia, al momento della proclamazione del Regno d’Italia (1861), il Paese si presenta sostanzialmente agricolo. La popolazione del nuovo Stato conta circa 25 milioni di abitanti, in larghissima parte analfabeti. Meno di un milione di cittadini parlano la lingua italiana, mentre i restanti parlano i diversi dialetti.
L’industria è concentrata per lo più al Nord, in particolare in Lombardia, Piemonte e Liguria. Le regioni agricole della pianura padana sono relativamente moderne e prospere. Nel Sud invece le regioni agricole vivono ancora in una dimensione pre-industriale. L’unificazione dell’Italia aggiunge al Sud solo nuovi pesi, senza offrire nuove prospettive di sviluppo economico, né speranze di trasformazione sociale. È la frattura tra nord e sud, tra “due Italie” drammaticamente lontane.
La riorganizzazione del sistema bancario, che da uno scandalo bancario del 1893-94 trae una spinta decisiva, favorisce il decollo industriale italiano. Nell’ultimo decennio del diciannovesimo secolo e nel primo decennio del ventesimo l’Italia si trasforma in Paese agricolo-industriale.
5. Le prime forme di organizzazione operaia
Una delle prime forme di unione operaia furono le cooperative. Le associazioni più diffuse in quel tempo, considerate i diretti predecessori dei sindacati italiani, sono però le “società di mutuo soccorso”, che nascono con il diffondersi della rivoluzione industriale in Gran Bretagna e in Francia, ma che poi si sviluppano soprattutto in Italia.
Associazioni di carattere volontario, ispirate a principi di mutualità, le Società di Mutuo Soccorso sono anche uno strumento importante di formazione e di crescita della coscienza di classe del proletariato italiano. Finalità principale è l’erogazione, in assenza di una adeguata legislazione del lavoro, di prestazioni agli iscritti che per motivi contingenti si trovano in caso di bisogno.
In Italia le Società di mutuo soccorso si diffondono negli anni 1840-50, soprattutto in Piemonte, nel clima liberale della monarchia sabauda che precede l’unificazione, ma anche in Lombardia ed in Toscana. Dal 1861, con l’unità d’Italia, il fenomeno cresce su tutto il territorio.
6. I primi sindacati
Da queste prime forme associative nascono i primi sindacati di categoria. Già nel 1848 i tipografi torinesi costituiscono la “Società dei compositori tipografi torinesi”. Nel 1872 viene costituita la Federazione Nazionale dei Tipografi — la prima Federazione nazionale di categoria — che riunisce tredici città e che diviene col tempo una delle più importanti federazioni sindacali del periodo pre-fascista.
Altre associazioni di categoria impegnate in scioperi negli anni 1860-80 sono i panettieri, i muratori e i lavoratori dell’edilizia, ma soprattutto i tessili. La lotta più significativa è lo sciopero degli operai tessili lanieri del biellese nella Valle di Strona: nel 1863-64 ben 3.000 operai lottano contro condizioni di lavoro ritenute insopportabili.
Tra il 1860 ed il 1878, secondo i risultati di una Commissione di inchiesta, vengono indetti ben 634 scioperi, specie in Lombardia e Piemonte, su questioni per lo più salariali. I settori più attivi risultano, oltre ai tessili, gli addetti ai lavori pubblici rurali, i ferrovieri, gli edili, i tipografi ed i panettieri.
7. Le prime Camere del Lavoro
La prima Camera del Lavoro viene fondata a Milano nel 1891. Nello stesso anno, Camere del Lavoro sono fondate a Piacenza e a Torino. Due anni dopo, nel 1893, quando si tiene il 1° Congresso delle Camere del Lavoro, i partecipanti sono già dodici, e nel 1894 sedici.
Le Camere del Lavoro svolgono funzioni di coordinamento tra le organizzazioni locali, curano il collocamento e la formazione professionale dei lavoratori, prestano assistenza nelle controversie di lavoro. Nel 1893, a Parma, nasce il primo organismo di coordinamento: la Federazione italiana delle Camere del Lavoro.
Nonostante che nello Statuto della Camera del Lavoro di Milano sia stabilita l’apoliticità dell’organizzazione, la caratterizzazione politica è molto evidente già dalle origini. La maggior parte dei dirigenti è socialista ed i sindacati locali sono spesso affiliati direttamente al Partito socialista.
8. Repressione e resistenza: Crispi e Giolitti
Nel 1894 la repressione dei Fasci siciliani dà il via ad una politica repressiva attuata su vasta scala. Le organizzazioni sindacali e socialiste vengono sciolte insieme con le Camere del Lavoro nel 1894-95. L’ultimo grande tentativo, prima del fascismo, di reprimere con la forza il movimento sindacale avviene nel 1900, con lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova.
Il 22 giugno 1901, in un famoso discorso al Parlamento, Giolitti si propone come difensore della libertà contro le tendenze reazionarie. Nel periodo giolittiano, il movimento sindacale non è più costretto ad affrontare dure azioni repressive, e le organizzazioni dei lavoratori possono organizzarsi liberamente, svolgere attività di contrattazione, effettuare scioperi.
9. Nasce la CGdL (1906)
Il Congresso di fondazione della Confederazione Generale del Lavoro si svolge a Milano dal 29 settembre all’1 ottobre 1906. Sono presenti delegati di quasi 700 sindacati locali, in rappresentanza di quasi 250.000 iscritti.
Il primo Segretario Generale della Confederazione Generale del Lavoro è Rinaldo Rigola, eletto nonostante la sua cecità, che rimane a capo dell’organizzazione dal 1907 al 1918. Convinto assertore dell’autonomia del sindacato dai partiti politici, afferma che la funzione del sindacato è quella di risolvere i problemi concreti ed immediati dei lavoratori.
Rigola si impegna a rafforzare in primo luogo l’autonomia finanziaria della Confederazione, crea una Cassa di Resistenza per i lavoratori scioperanti, e rafforza le direzioni centrali dei Sindacati Nazionali di Categoria affinché possano gestire direttamente i contratti.
Nel 1906 viene fondata la Lega industriale di Torino, e nel 1910 si costituisce la Confindustria. In questo periodo nascono nelle aziende le commissioni interne: la prima legittimazione si avrà all’Itala di Torino nel 1906, poi alla Borsalino nel 1908 e alla Fiat nel 1912.
10. Il contrasto tra riformisti e rivoluzionari
Come nel Partito socialista, anche nella CGdL è forte il contrasto tra i riformisti e i rivoluzionari. La linea dei riformisti si basa principalmente su una forte organizzazione, su un’autorità centralizzata, sul rispetto dei contratti di lavoro e sull’uso dello sciopero come soluzione estrema. I rivoluzionari, invece, considerano lo sciopero uno strumento valido in sé, capace di aggregare e di generare entusiasmo.
Un accordo di massima tra CGdL e Partito socialista viene raggiunto nel 1907, con punti principali quali il coordinamento della propaganda, la gestione degli scioperi economici da parte della CGdL e la gestione congiunta degli scioperi politici.
11. La Prima Guerra Mondiale
Allo scoppio della prima guerra mondiale la CGdL, così come il Partito Socialista, si dichiara favorevole al neutralismo, proclamando manifestazioni contro la guerra in tutto il Paese. La CGdL è l’unico movimento sindacale europeo ad opporsi alla guerra.
La guerra cambia molti aspetti dell’economia italiana: viene decretata la “mobilitazione industriale” e negli stabilimenti vengono vietati gli scioperi. Il potere contrattuale dei sindacati diminuisce notevolmente. Torino diventa un centro attivo di protesta operaia.
In un convegno nel maggio del 1917, il PSI e la CGdL elaborano un programma per la pace ed il dopoguerra, comprendente: un governo repubblicano eletto dal popolo, il suffragio universale, la libertà di associazione e di sciopero, contratti collettivi di lavoro, e un programma ampio di lavori pubblici.
12. Il dopoguerra e il “biennio rosso” (1919-1920)
Subito dopo la fine della guerra si sviluppa un movimento per la giornata lavorativa di 8 ore nell’industria. Nel 1919 la federazione metallurgica concede le 8 ore a partire dall’1 maggio nell’industria meccanica. Nel dopoguerra il potere d’acquisto dei salari è fortemente colpito da una inflazione altissima e mancano generi alimentari di prima necessità.
La forza organizzata della CGdL cresce nel “biennio rosso” dai 250.000 iscritti registrati alla fine della guerra, a oltre 1.000.000 nel 1919 e 2.200.000 nel 1920. Le conquiste sindacali di questo periodo sono notevoli: i salari reali, caduti nel 1918 al 65% rispetto al 1913, salgono nel 1920 al 114% e nel 1921 al 127%. Oltre alle 8 ore vengono conquistate le ferie pagate e si afferma la contrattazione collettiva.
Nel settembre 1920 avviene l’occupazione delle fabbriche: 208 stabilimenti vengono occupati il primo giorno, il movimento dilaga ovunque, specie a Torino. L’accordo finale registra alcune concessioni economiche ma una sconfitta sul piano delle rivendicazioni politiche.
13. Le violenze fasciste e le divisioni nel movimento operaio
Tra il 1920 ed il 1921 il movimento fascista di Mussolini, conservando un linguaggio rivoluzionario, scatena le sue squadracce in camicia nera, armate di manganello e di olio di ricino, in particolare contro sindacati, cooperative, socialisti ed anche organizzazioni cattoliche.
Nel 1921 sia il PSI, sia la CGdL, tengono i loro congressi nella città di Livorno. La discussione si incentra su tematiche prevalentemente politiche, mentre il problema delle violenze fasciste viene sottovalutato perché considerato di natura temporanea.
Nasce all’inizio del 1922 l’Alleanza del Lavoro, che riunisce la CGdL, l’USI dei sindacalisti rivoluzionari, la UIL e le Federazioni di categoria dei ferrovieri e degli scaricatori di porto. Lo sciopero generale dell’agosto 1922, proclamato dall’Alleanza del Lavoro, fallisce sotto il moltiplicarsi delle violenze fasciste, segnando la sconfitta del movimento sindacale.
14. Il fascismo e l’ordinamento corporativo
Il 29 ottobre 1922, dopo la Marcia su Roma, Vittorio Emanuele III conferisce a Mussolini l’incarico di formare il nuovo Governo. Il fascismo è giunto al potere.
Con il Patto di Palazzo Chigi (1923) e con il Patto di Palazzo Vidoni (1925), il regime fascista concorda con la Confederazione dell’Industria il riconoscimento esclusivo dei sindacati fascisti. Nel 1926 viene sancito il divieto di sciopero.
La legge Rocco del 3 aprile 1926 stabilisce il riconoscimento ai sindacati fascisti del diritto esclusivo di rappresentare tutti i lavoratori, la facoltà di stipulare contratti collettivi, la costituzione della magistratura del lavoro, e il divieto di sciopero e di serrata.
La Carta del Lavoro, promulgata il 21 aprile 1927, definisce il programma delle corporazioni fasciste. Nella realtà dei fatti, il corporativismo fascista permise un controllo ferreo del Governo, che favorì il capitalismo nelle dinamiche dei conflitti tra le classi sociali.
15. La clandestinità, l’esilio e la Resistenza
Il 4 gennaio 1927 il Comitato Direttivo della CGdL decide l’autoscioglimento. Alcuni comunisti scelgono di mantenere in vita la CGdL nella clandestinità. Dalla Francia dove si è rifugiato esule, Bruno Buozzi si rifiuta di riconoscere tali decisioni.
Decine di migliaia di partigiani lottano sulle montagne, ma comitati partigiani vengono costituiti anche nell’industria, per rallentare la produzione destinata ai rifornimenti tedeschi. I gruppi sindacali si trasformano in centri clandestini di resistenza, organizzando scioperi, propaganda e sabotaggi.
16. Il Patto di Roma e la nascita della CGIL (1944-1945)
Nei primi mesi del 1944, nella Roma occupata dai tedeschi, vengono poste le basi del nuovo movimento sindacale unificato. I protagonisti dell’elaborazione del nuovo accordo sono Bruno Buozzi per i socialisti, Achille Grandi per i democristiani, Giuseppe Di Vittorio per i comunisti.
Il Patto di Roma viene sottoscritto il 9 giugno 1944. Pochi giorni dopo Roma è liberata dagli Alleati. Bruno Buozzi non può però siglare l’accordo definitivo: viene arrestato dai tedeschi in aprile e poi ucciso in località La Storta nei primi giorni di giugno.
Il Patto stabilisce la costituzione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, come unica Confederazione, alla base della quale sono stabiliti tre principi: democrazia interna, massima libertà di espressione, e indipendenza da tutti i partiti politici.
Il Congresso della CGIL si svolge a Napoli dal 28 gennaio all’1 febbraio 1945. Sono presenti 322 delegati di 43 province liberate in rappresentanza di 1.035.000 lavoratori. L’unità è il tema dominante. In poco tempo gli iscritti alla CGIL raggiungono i tre milioni.
17. Le scissioni: nascono CISL e UIL (1948-1950)
Nel rovente clima post-elettorale del 1948, le lacerazioni nella CGIL si aggravano. Il 14 luglio 1948 uno studente siciliano spara a Palmiro Togliatti, ferendolo gravemente. La CGIL proclama uno sciopero generale.
Lo stesso giorno la corrente democristiana, guidata da Giulio Pastore, preannuncia l’uscita dalla CGIL. Due mesi dopo, al Congresso delle ACLI, viene fondata la Lcgil (Libera CGIL). Il 4 giugno 1949 anche le correnti socialdemocratica e repubblicana si dichiarano sciolte e costituiscono la FIL (Federazione Italiana del Lavoro).
Costituitasi il 30 aprile del 1950, il 1° maggio 1950 a Roma si presenta al Paese la CISL (Confederazione Italiana Sindacati dei Lavoratori). La nuova organizzazione assorbe la Lcgil e parte della FIL. La politica contrattuale della CISL è incentrata sull’azienda ed è strettamente legata all’efficienza del sistema e delle imprese.
Nella stessa primavera del 1950, i sindacalisti socialisti “autonomi” e la parte della FIL non confluita nella CISL fondano una terza Confederazione, la UIL (Unione Italiana del Lavoro). Sempre nel 1950 si costituisce la CISNAL, ispirata al “sindacalismo nazionale” di matrice corporativa.
18. Il sindacato negli anni ’50
Negli anni ’50 la CGIL continua a dominare la scena sindacale italiana. Giuseppe Di Vittorio lancia il progetto denominato “Piano del Lavoro”, che per molto tempo fu al centro del dibattito economico. Numerosi scioperi vengono indetti, in particolare per aumenti salariali e contro i licenziamenti di massa.
Nelle elezioni per le commissioni interne che si tennero tra il ’54 ed il ’55, la CGIL perde terreno, soprattutto tra gli operai della FIAT. Nel marzo ’55 il quadro è rovesciato rispetto al passato: CGIL 36%, CISL 41%, UIL 23%. La CGIL diventa così il secondo sindacato proprio in una delle sue roccaforti storiche.
Nel corso degli anni cinquanta, in particolare dal 1959 al 1963, si vive in Italia il cosiddetto “miracolo economico”. Cresce il volume degli investimenti, si espande il commercio, aumentano il prodotto nazionale lordo e la produttività. Gradualmente cresce il benessere ed aumentano i consumi, si diffondono gli elettrodomestici e le utilitarie. Lo sviluppo è però molto squilibrato.
19. La svolta in U.R.S.S. e i fatti d’Ungheria (1956)
Il XX Congresso del P.C.U.S. (febbraio 1956) avvia una svolta drammatica nel movimento comunista: Kruscev condanna duramente gli errori e i delitti di Stalin, avviando il processo di destalinizzazione. Il 23 ottobre scoppia in Ungheria una vera e propria insurrezione popolare, repressa dai carri armati sovietici, con 25.000 morti, 15.000 arresti e circa 150.000 persone in esilio.
Le divisioni e le reazioni prodotte dai fatti d’Ungheria furono in CGIL ancora più drammatiche che nel PCI, per la presenza dei socialisti, che avevano condannato l’azione russa. Il numero degli iscritti subisce un vistoso calo: da 4.622.000 a fine 1955 a circa 3.600.000 a fine 1958.
Giuseppe Di Vittorio, che era stato al timone della CGIL fin dal Patto di Roma, muore il 3 novembre 1957. Era stato un umile bracciante pugliese, ma nella sua carriera politica seppe far valere la sua autonomia di leader sindacale trovando la forza di contrapporsi persino a figure carismatiche come Togliatti.
20. Verso il centro-sinistra e gli anni ’60
Dal 1959 l’economia italiana riprende la sua rapida espansione. Si prepara la stagione del centro-sinistra con l’avvicinamento del PSI all’area di governo. Agostino Novella, che sostituisce Di Vittorio alla guida della CGIL, è più “allineato” con le indicazioni del partito comunista.
Il 25 marzo 1957 a Roma si pongono le basi del MEC (Mercato Comune Europeo), con la firma dei trattati costitutivi da parte dei rappresentanti di Francia, Italia, Repubblica Federale Tedesca, Olanda, Belgio e Lussemburgo. Il sindacato italiano deve confrontarsi con questa nuova dimensione europea del lavoro e dell’economia.

Un commento