Sul Manifesto di Ventotene

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Da tempo Giorgia Meloni, e qualche suo seguace (come il giovane Francesco Giubilei) denigrano il manifesto di Ventotene citando solo un pezzo del testo dedicato alla proprietà privata. Quella parte, peraltro, è opera di Ernesto Rossi, un liberale di ferro, allievo di Einaudi e figlioccio di Salvemini (che lui chiamava amorevolmente “lo zio”).

Ebbene, leggere il passo contestato completo e confrontarlo con il testo della Costituzione italiana, che certo non è socialista, dà il senso della scarsa capacità di lettura di chi afferma che nel manifesto di Ventotene si reclama l’abolizione della proprietà privata.

Dico “scarsa capacità di lettura” perché ogni altra ipotesi configura o la malafede o la furbizia interessata.

Manifesto di Ventotene: 

“La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita. La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista; ma, una volta realizzata in pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia. 

[…]

La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.”

Costituzione italiana: 

Art. 42 – La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Trovare le differenze…

(Antonio Rotelli)

ALTIERO SPINELLI – Giovane comunista arrestato nel 1927, a venti anni di età (tecnicamente un minorenne per la legge dell’epoca). Durante i dieci anni di detenzione in carcere matura l’abbandono del partito comunista e diventa un “senza partito”. Nel marzo 1937 viene mandato direttamente dal carcere al confino di Ponza, per fine pena carceraria, sempre comunque considerato un irriducibile oppositore del fascismo. Starà a Ponza fino al luglio 1939. Durante il confino di Ponza viene espulso dal Partito comunista per deviazionismo ideologico e opportunismo piccolo-borghese (si oppone alle direttive di Stalin e alle purghe che colpiscono il PCUS).

Arriva a Ventotene, trasferito dalla colonia di confino di Ponza, nel frattempo chiusa, nel luglio 1939. Conosce Eugenio COLORNI (vedi) ed Ernesto ROSSI (vedi). Viene liberato dal confino dopo la caduta del regime fascista, solo nell’agosto 1943. Non era trotzkista, e non era comunista quando scrive il Manifesto insieme a Rossi.

ERNESTO ROSSI – Economista liberale, allievo di Luigi Einaudi, figlio spirituale di Gaetano Salvemini, dieci anni più vecchio di Spinelli. Interventista durante la prima guerra mondiale, ferito allo stomaco, invalido di guerra. Sarà il motore principale della ideazione del Manifesto di Ventotene. Arriva a Ventotene nell’ottobre 1939, quando Spinelli e COLORNI già hanno fatto conoscenza. Viene trasferito a Roma, a Regina Coeli, poco prima del crollo del regime fascista e del 25 luglio 1943; viene quindi liberato con gli altri “politici” dal carcere dal governo Badoglio. Quando scrive il Manifesto con Spinelli cura in particolare la parte relativa alla “riforma della società”.

EUGENIO COLORNI – Filosofo socialista, studioso di Leibniz, di origine ebrea (sua madre, Clara Pontecorvo, era zia del futuro regista Gillo Pontecorvo e del fisico Bruno Pontecorvo, collaboratore di Fermi, comunista, emigrato in URSS nel 1950, nonché Guido Pontecorvo). Colorni era pure cugino dei fratelli Sereni, in particolare Emilio ed Enzo, che ebbero su di lui una notevole influenza, oltre a un altro cugino, Eugenio Curiel. Non scrisse direttamente il testo del “Manifesto”, ma ne scrisse la lunga introduzione dell’edizione clandestina del febbraio 1944, quella considerata in futuro dai suoi autori come quella definitiva. L’edizione clandestina del Manifesto curata da Eugenio Colorni aveva per titolo “Problemi della Federazione europea” e conteneva, oltre al Manifesto, anche due articoli scritti immediatamente dopo da Spinelli, ancora al confino: “Politica marxista e politica federalista” e “Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche”.

IL MANIFESTO – Scritto materialmente da Rossi e Spinelli, da una idea di Rossi. Fu il frutto di discussioni all’interno di un ristretto gruppo di confinati che vedevano la partecipazione della moglie di Colorni, Ursula Hirschmann (in futuro moglie di Spinelli), Eugenio Colorni, Arturo Buleghin, Giorgio Braccialarghe e pochi altri.

Il Manifesto di Ventotene nell’edizione del 1944 curata da Eugenio Colorni, che è poi quella che Spinelli riconobbe come definitiva, è diviso in tre parti: «La crisi della civiltà moderna»; «Compiti del dopoguerra. L’unità europea»; «Compiti del do- poguerra. La riforma della società». Spinelli scrisse i primi due  capitoli, mentre Rossi curò la parte relativa alla riforma della società. La parte finale di quel capitolo, sul «partito rivoluzionario», fu però opera di Spinelli: «Ma lo abbiamo discusso insieme tutto, e riconosco ancora giri di pensiero caratteristici dell’uno di noi due nelle parti scritte dall’altro». Cfr. l’intervista di Sonia Schmidt a Spinelli in appendice al volume Altiero Spinelli, “Il progetto europeo”, Bologna, Il Mulino, 1982, pp. 201 ss.

COSA DICE – Gli Stati nazionali sovrani sono arrivati al capolinea, hanno tradito il loro compito originario, quello di proteggere e far prosperare i propri cittadini, e si dilaniano in conflitti continentali ripetuti. L’unico modo per salvare la civiltà europea è creare un sistema federale che tolga agli stati il potere di farsi la guerra, togliendogli il controllo della politica estera, della difesa, della moneta e della politica economica. La strada è quella di una federazione, che effettivamente, secondo lo schema federale classico intesta questi poteri al potere federale, lasciando agli stati federati tutte le altre competenze (scuola, cultura, giurisdizione criminale e civile ecc.). Il modello istituzionale sono gli Stati Uniti d’America e la Svizzera. 

I federalisti includono nel Manifesto anche un riferimento ad alcune riforme interne ritenute necessarie, scritte integralmente dal liberale Rossi.

Altre parti, relative alla necessità di una rivoluzione federalista e di un partito rivoluzionario sono state ritenute da Spinelli stesso, e da Rossi, come delle ingenuità clamorose, legate soprattutto al clima politico di quel 1941, che riteneva necessario uno “scasso” rivoluzionario per reagire alla “rivoluzione” fascista in Italia. Il Manifesto venne quasi subito modificato da un altro documento, le “Tesi politiche”, presentate da Spinelli e Rossi al Congresso di fondazione del movimento federalista europeo nell’agosto 1943 che abbandonano del tutto l’idea di un partito rivoluzionario professionale, per aderire alla prospettiva del movimento politico che deve propagandare la validità del federalismo all’interno dei Partito antifascisti, due in particolare: il partito socialista (ci penserà Colorni) e il Partito d’Azione (che avrà nelle sue fila Spinelli e Rossi come attivi esponenti del gruppo del nord).

POLEMICHE SULLA SUA ILLIBERALITÀ – Non è un documento illiberale ma sicuramente ha delle parti che, prese alla lettera, risultano oggi ostiche. Del resto, ogni documento storico necessita di una interpretazione e non può essere usato come una ricetta attualizzata. Nessuno userebbe il Manifesto del Partito comunista di Marx per fare politica oggi, e nessuno considerebbe Gesù di Nazareth un guerrafondaio perché nei Vangeli sta scritto “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada” (Mt 10,34). Ogni documento visionario ha bisogno di esser letto, capito, interpretato e sfrondato di quelle parti che GLI STESSI AUTORI hanno in seguito ritenuto delle pesanti ingenuità.

In certe parti, in altre parole, il manifesto è assolutamente superato. Non bisogna essere dei geni per scoprirlo e capirlo. In certe altre mantiene tutta la sua carica innovativa e “rivoluzionaria”.

CHE EUROPA RAPPRESENTA? – Un’Europa federale che – su questo siamo tutti d’accordo – a Meloni non piace. Eppure, forse, Meloni dovrebbe accompagnare il suo anatema con altre parole: quella Italia, quella che incarcerava gli oppositori e li teneva al confino per anni dopo averli incarcerati per lustri, quella Italia non dovrebbe piacere a Meloni, ma su quello lei tace. Troppo comodo eccitare le sue truppe contro certi passi del Manifesto, e tacere su quelle parti attuali che lei, davvero, non può sopportare.

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 Gli autori del Manifesto di Ventotene, luogo di confino di antifascisti, furono Eugenio Colorni dirigente del Partito socialista italiano di orientamento marxista libertario e antistalinista, ucciso dai fascisti pochi giorni prima della liberazione di Roma, Ernesto Rossi liberaldemocratico, dirigente del Partito d’Azione e tra gli animatori nel dopoguerra del periodico “Il Mondo” e del primo Partito radicale, Altiero Spinelli a lungo dirigente del PCI che lascia mentre è al confino a Ventotene perché rifiuta il Patto Ribbentrop-Molotiv.

Il partito rivoluzionario di cui parla il Manifesto di Ventotene  non è altro in concreto che il Movimento Federalista Europeo fondato nel dopoguerra da Spinelli e altri, Movimento che non è mai stato un partito nel senso ideologico e burocratico.del termine, ms piuttosto una confederazione di sostenitori di una Europa unita a struttura federale e la cui adesione era ed è compatibile con quella ad altri partiti. (Flavio Schenone) 

A proposito di Nuove Bussole squinternate e disturbate dalle ideologie dogmatiche che non sono le loro. In realtà questi del Manifesto non potevano essere fascisti e nemmeno democristiani. Pensateci, le uniche maniere nel ‘41 per opporsi con qualche contenuto politico davvero in contrapposizione senza tentennamenti non erano molte. E tuttavia nessuno in quel momento era comunista.

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